La maternità come legame universale, che attraversa culture, confini e generazioni: è questo il cuore di Motherhood Project, il lavoro fotografico di Alessandra Carrea, artista genovese con l’anima da cittadina del mondo. Nata con la passione per il ritratto e cresciuta viaggiando, Alessandra ha scelto di trasformare un dolore personale in un atto creativo di straordinaria intensità.
Dopo la perdita improvvisa della madre, il suo sguardo si è posato con rinnovata sensibilità sui gesti quotidiani di affetto tra madri e figli, colti in diverse parti del mondo. Ne è nato un progetto che vuole essere un tributo alla maternità, intesa non solo come esperienza individuale, ma come manifestazione universale di amore incondizionato e diritto fondamentale di ogni essere umano.
Di seguito vi presentiamo una selezione delle fotografie di Motherhood Project e un’intervista ad Alessandra per conoscere meglio la sua visione e il percorso che l’ha portata a realizzare questo lavoro.
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Il tuo progetto nasce da un dolore profondo e da un viaggio in India. Come hai trasformato questa esperienza personale in un atto creativo e universale come Motherhood Project?
“Motherhood Project è nato dopo la morte improvvisa di mia madre ma, inizialmente, a mia stessa insaputa. Infatti il fatto di fotografare le mamme con I loro bambini è stato puramente un fatto privato e terapeutico, una sorta di consolazione perché mia mamma non c’era più.
E’ stato qualche mese dopo, durante la mia visita ad una mostra di Salgado, che ho interiorizzato e scelto di portare avanti il mio progetto sulla maternità e di condividerlo pubblicamente. Davanti alla potenza del messaggio di Salgado mi sono chiesta quale messaggio volessi condividere io con le persone ed ho capito che era senza dubbio quello sul tema della maternità.”
Hai definito la maternità come un rapporto “viscerale e universale che non conosce confini”. Qual è il filo conduttore che hai ritrovato nei volti e nei gesti delle madri che hai fotografato in culture diverse?
“Credo che il filo conduttore che accomuna tutte le mamme che ho fotografato in giro per il mondo sia semplicemente ed universalmente l’amore per I propri figli. Quello sguardo e quel sorriso rivolto ai propri figli e che è identico in ciascuna di loro. Possono cambiare certe modalità di fare la mamma a seconda della propria cultura ma certamente non cambia l’amore appunto “viscerale” che lega madre e figlio. Così come non cambiano neanche I momenti di stanchezza, di sconforto o di nervosismo perché essere madri significa anche questo.”
Nel tuo percorso fotografico dai grande importanza al ritratto come forma di introspezione. In che modo questo approccio si riflette anche nei ritratti del progetto Motherhood?
“Per me da sempre effettivamente il ritratto è soprattutto un’indagine interiore. Un riflettore sulla nostra anima e su aspetti di noi che forse neppure noi stessi conosciamo e che vengono messi in luce da uno sguardo esterno. Questo credo valga anche per una mamma quando si rivede nelle fotografie. Siamo talmente immerse nel nostro ruolo che a volte anche a noi sfuggono le nostre espressioni piene di amore che nutriamo per I nostri figli ed il fatto di poterle guardare attraverso “uno scatto” ci riporta alla nostra essenza di madri e ci ricorda la potenza di un amore incondizionato e viscerale che va oltre la stanchezza e, a volte, la frustrazione.”
Sei una viaggiatrice appassionata e hai vissuto esperienze significative in luoghi diversi. Qual è stato l’incontro più toccante durante la realizzazione di questo progetto?
“Gli incontri con le mamme che ho fotografato sono stati tutti speciali e toccanti per me. Ma se devo sceglierne uno in particolare allora potrei dire “l’incontro – non incontro” con la prima mamma che ho fotografato e che non sa nemmeno di essere stata oggetto della mia attenzione.
Ero in Kerala, nel sud dell’India e mi trovavo a camminare in spiaggia davanti alle onde potenti dell’oceano indiano. In quel momento ho visto la figura eterea di una giovane donna indiana, di spalle con I suoi lunghi capelli scuri e che teneva tra le braccia il suo bambino. Il bambino con il cappuccio di un accappatoio in testa aveva il capo abbandonato sulla spalla della mamma e lei guardava l’oceano in una forma di stato contemplativo. E’ stata una immagine che mi ha trasmesso pace ed un senso di grande bellezza e fierezza. Quello è stato in assoluto il mio primo scatto di Motherhood Project, di un progetto del quale allora ero ancora inconsapevole.”
Come immagini lo sviluppo futuro di Motherhood Project? Hai già in mente nuove destinazioni o modalità di esposizione?
“La mia intenzione è innanzitutto quella di continuare a fotografare le madri in giro per il mondo e di poter divulgare questo progetto sempre di più. Dopo esposizione di alcuni scatti di Motherhood Project a Parigi a fine luglio, il progetto farà tappa con due scatti anche a Milano a partire dal 12 settembre presso la galleria Cael. Mentre per quelle future sono in attesa di una risposta anche da Firenze e Londra.
Ma al di là delle esposizioni, mi piacerebbe molto poter divulgare il progetto anche sulle riviste e magari anche tramite qualche associazione che si occupa di madri e figli. Sarebbe bello poter trovare qualche sponsor che creda in questo progetto, per avere la possibilità di farlo crescere sempre di più e poterlo condividere anche oltre oceano.”
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