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Questa è una storia di pregiudizio e razzismo. Keia Baldwin ha un blog, Raising Cultures, in cui racconta la vita della sua famiglia multirazziale. Keia e suo marito Richardo hanno avuto, da subito, il desiderio di avere dei figli, ma la cosa è risultata più difficile di quanto pensassero. Dopo diversi aborti spontanei, la coppia si è rivolta ad uno specialista della fertilità senza avere, però, risultati. Non solo. Gli anni di cure costose e di tentativi falliti di fecondazione in vitro, avevano portato Keira sull’orlo della depressione. Il suo desiderio di dare alla prima figlia, Zariyah di 16 anni, nata dalla sua precedente relazione, una sorella o un fratello era troppo forte, così come il desiderio di avere un figlio dal marito. La coppia, allora, iniziò a prendere in considerazione l’idea dell’affidamento, in un primo momento, e poi dell’adozione.

Altre info: Raising Cultures

Famiglia di neri adotta bambino bianco

raisingcultures

“Una volta pronti per diventare genitori adottivi”, dice la donna “non abbiamo stabilito nessuna clausola su età, razza, genere, ecc.”, continua Keira, “Tutto quello che volevamo era aiutare i bambini che Dio intendeva mettere sulla nostra strada”. “Il primo bambino che ci hanno affidato è stato Ayden, che abbiamo adottato 2 anni dopo! Siamo così felici che Dio abbia scelto Ayden per noi e noi per lui! Sia Ayden che Karleigh sono biraziali e questo li ha aiutati a legare. È importante avere qualcuno che ti assomigli e possa relazionarti con te”. Un giorno, Keia ricevette una telefonata su un neonato che aveva bisogno di un po’ di contatto da una figura materna. Si diresse direttamente in ospedale per dare una mano.

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“All’arrivo in ospedale, ho visto così tanti bambini bellissimi in terapia intensiva e mi chiedevo con quale di loro mi avrebbero accoppiato”, ha detto. “L’infermiera mi ha accompagnato da questo piccolo bambino bianco, che era proprio bello! Inizialmente, ho pensato tra me e me: ‘È uno scherzo?’, ma poi è subentrato il mio istinto materno”

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Sentendo un legame immediato con Princeton, Keia e Richardo non esitarono a portarlo a casa loro. L’adozione multirazziale è un fenomeno comune, sono diverse le celebrità che hanno adottato bambini africani, ma purtroppo Keia ha scoperto sulla sua pelle che se una famiglia di neri adotta un bambino bianco, ci saranno sicuramente problemi.

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“A noi non importava che fosse bianco, ma agli altri si! Improvvisamente siamo stati vittime di razzismo”, ha spiegato, aggiungendo,” Abbiamo dovuto chiamare la polizia diverse volte, quando era molto piccolo, perché venivamo accusati di averlo rapito”.

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“Una volta, in un negozio di alimentari, un anziano signore bianco si avvicinò a me e mio figlio mentre era seduto nel carrello della spesa e iniziò a scattare foto. Gli ho chiesto cosa stesse facendo e di fermarsi immediatamente. Mi spiegò che avrebbe portato quelle “prove” alla sicurezza perché avevo ovviamente “rubato” il bambino di qualcuno”.

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“Ci siamo dovuti confrontare con il giudizio degli insegnanti dei nostri figli, che chiedevano alle nostre figlie se davvero fosse il loro fratello. Ci hanno anche detto: ‘Perché non hai adottato un bambino nero quando così tanti bambini neri hanno bisogno di una casa?’ O, ‘Perché non hai lasciato che quel bambino rimanesse con i suoi simili?’. Siamo stati in vari ristoranti in cui non ci lasciavano andare via perché pensavano che Princeton fosse stato rapito”.

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Nonostante tutte queste disavventure, Keira non ha dubbi: “Il giorno in cui abbiamo portato Princeton a casa dall’ospedale è stato il giorno in cui le nostre vite sono cambiate in meglio! Essere sua madre è una delle migliori decisioni che io abbia mai preso. Sono più forte, più saggia, più gentile e decisamente più paziente”.

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“L’istruzione è la chiave per abbattere le barriere di razzismo, pregiudizi, stereotipi e divisione. La nostra speranza è che grazie alla nostra storia d’amore, altre persone non imporranno limiti all’amore. L’amore è colorato! Tutti abbiamo la capacità di amare senza limiti, dobbiamo solo essere disposti ad aprire i nostri cuori!”.

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