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Artemisia Gentileschi fu una pittrice innovativa, una delle prime (e poche) donne artiste del XVII secolo a riuscire ad imporsi. Seguendo le orme del Caravaggio, i suoi dipinti sono tra i più intensi e dinamici del suo tempo e l’artista diventò celebre grazie al suo drammatico realismo, all’uso del chiaroscuro e per aver messo le donne e le loro storie al centro di tutti i suoi dipinti. Le sue opere in nostro possesso mostrano un punto di vista molto personale e unico sulle norme sociali e culturali di quel periodo, norme contro le quali Artemisia Gentileschi punta spesso il dito, usando la sua posizione di artista per dire la sua su una società dominata dai maschi e per offrire uno sguardo alternativo sul mondo femminile.

Sebbene figlia d’arte e nonostante fosse stata persino accettata a far parte di una prestigiosa scuola d’arte, Artemisia Gentileschi è stata sempre sottovalutata a favore del Caravaggio. Fortunatamente, oggi, un numero sempre maggiore di musei e di libri di storia dell’arte sta iniziando rivalutare questa grande artista e a far luce sulle innovazioni che si celano dietro i suoi dipinti più celebri. Ve ne vogliamo mostrare cinque, illustrandoveli e ripercorrendo, grazie a loro, la storia di Artemisia Gentileschi.

1. Susanna e i Vecchioni (1610) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - Susanna e i Vecchioni

Immagine: wikipedia

Artemisia Lomi Gentileschi nacque a Roma nel 1593. Essendo figlia del famoso pittore toscano Orazio Gentileschi, Artemisia entrò in contatto con l’arte fin da tenera età.

Sebbene a molte donne dell’epoca fosse permesso osservare i pittori famosi al lavoro nei loro studi (spesso i padri o i mariti), non era così facile per loro diventare artiste affermate. Gentileschi fu l’unica artista donna di quel periodo a rappresentare soggetti religiosi e storici piuttosto che paesaggi e ritratti, generi meno apprezzati ma considerati più accettabili per le donne pittrici.

Da adolescente, lavorò a fianco di suo padre nel suo studio, dove apprese i fondamenti della pittura e dipinse Susanna e i Vecchioni, la sua prima opera d’arte conosciuta.

Completato quando Artemisia Gentileschi aveva solo diciassette anni, questo grande dipinto raffigura una scena biblica. Mostra Susanna, una donna ebrea sposata, che viene molestata da due uomini mentre fa il bagno. Dopo aver rifiutato di avere rapporti sessuali con gli assalitori, Susanna viene ricattata e processata per una falsa accusa di adulterio. Tuttavia, suo marito Daniel punta il dito contro la natura menzognera dell’accusa e gli accusatori vengono, a loro volta, interrogati separatamente. Le versioni dei due sono piene di contraddizioni, e così gli uomini vengono condannati a morte.

Gentileschi ha raffigurato questa scena in quello che sarebbe diventato il suo stile: un approccio realistico all’anatomia femminile, la scelta di colori profondi e un abile uso di luce e ombra. Ma, soprattutto, ha gettato le basi di quello che sarà il soggetto preferito di Artemisia Gentileschi: figure femminili sofferenti ma forti, raccogliendo le loro storie tratte dalla mitologia, dalla Bibbia o dai racconti allegorici.

2. Giuditta che decapita Oloferne (1614-1620) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - Giuditta che decapita OloferneImmagine: wikipedia

L’attenzione di Artemisia Gentileschi verso i soggetti femminili e le loro storie venne ulteriormente influenzata da un evento da lei stessa vissuto, che avvenne nello stesso anno in cui completò Susanna e i Vecchioni. Nel 1610, suo padre stava collaborando con il suo collega artista Agostino Tassi ad un progetto a Roma e affidò a lui la formazione della figlia. Durante questo periodo, Tassi violentò la diciassettenne Artemisia, che informò immediatamente il padre. Dato che il tassi promise di sposare la giovane Artemisia (all’epoca c’era il cosiddetto “matrimonio riparatore”), Orazio Gentileschi non sporse denuncia e la ragazza continuò ad avere con Tassi dei rapporti intimi. Ma Artemisia scoprì in seguito che l’uomo era sposato, e il padre denunciò immediatamente il perfido collega.

La ragazza venne sottoposta ad umilianti visite ginecologiche per verificare l’effettiva violenza subita e, durante il processo che seguì, fu interrogata sotto tortura per assicurare che dicesse la verità e per (questa era la mentalità dell’epoca) sveltire l’iter. Le autorità scelsero, per questo caso, la tortura cosiddetta “dei sibilli”, che consisteva nel legare i pollici della ragazza con delle cordicelle che venivano strette sempre di più, fino a stritolare le falangi. Questo tipo di tortura poteva far perdere ad Artemisia Gentileschi le dita per sempre, il che avrebbe significato non essere più in grado di dipingere, un danno incommensurabile per una pittrice del suo calibro. Ma la ragazza voleva vedere i suoi diritti riconosciuti e non ritrattò mai la sua deposizione. Tassi venne condannato ad una pena a scelta tra cinque anni di reclusione o l’esilio. Naturalmente, il furfante scelse esilio, ma la condanna non fu mai eseguita e Tassi non se ne andò mai da Roma.

Artemisia Gentileschi, tuttavia, cercò una qualche forma di vendetta. Nel 1610 dipinse Giuditta che decapita Oloferne, un’opera che raffigura una scena tratta dall’Antico Testamento in cui Giuditta, una vedova, e la sua domestica sopraffanno e decapitano Oloferne, il violento generale degli invasori Assiri. Dati i tempi del completamento del dipinto, molti credono che Gentileschi abbia incanalato la sua stessa violenza sessuale nell’opera, sostituendo sé stessa a Giuditta e il Tassi a Oloferne.

Nel 1614, Artemisia Gentileschi tornò su questo tema, realizzando una seconda versione di Giuditta che decapita Oloferne. Con i suoi vividi colori e i contrasti tra chiaro e scuro, questo dipinto ha caratterizzato l’intera sua opera.

3. Giuditta con la sua Ancella (1625) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - Giuditta con la sua AncellaImmagine: wikipedia

Tra il 1623 e il 1625, Artemisia Gentileschi rivisitò nuovamente la storia di Giuditta. In Giuditta con la sua Ancella, la pittrice cattura il momento successivo all’omicidio, quando l’eroina e la sua domestica mettono in un sacco la testa di Oloferne.

Mentre Giuditta che decapita Oloferne è fortemente caratterizzata dal realistico dramma rappresentato da Gentileschi, in Giuditta con la sua Ancella ci sono dei chiaroscuri straordinari. Questo uso della luce accentua il dramma della scena e dimostra la maestria di Artemisia Gentileschi.

4. Lucrezia (1625) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - LucreziaImmagine: wikipedia

Le rappresentazioni di Giuditta ad opera di Artemisia Gentileschi non sono gli unici esempi in cui l’artista esplora l’argomento delle molestie sessuali e degli stupri nelle sue opere. Nel 1623 dipinge Lucrezia, un’opera che raffigura una figura femminile sull’orlo del suicidio. Lucrezia fu una nobildonna romana realmente vissuta che scelse di togliersi la vita dopo essere stata violentata da Sesto Tarquinio, figlio del re etrusco Tarquinio il Superbo.

Sebbene siano stati molti i pittori che hanno scelto Lucrezia come soggetto delle loro opere, l’interpretazione di Artemisia Gentileschi (completata nel 1625) è vista da molti critici come rivoluzionaria. Questa valutazione è principalmente dovuta alla scelta di Gentileschi di rappresentare il momento immediatamente precedente il suicidio, invece del suicidio stesso come avviene in molti altri dipinti.

Questa scelta senza precedenti è in effetti in linea con l’approccio di Gentileschi a tale argomento, dato che Lucrezia, sicura nelle sue convinzioni, è raffigurata come una donna forte, un’eroina.

5. Autoritratto come Allegoria della Pittura (1638-1639) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - Autoritratto come Allegoria della PitturaImmagine: wikipedia

La propensione di Artemisia Gentileschi a dipingere le donne non si limitava alle antiche storie della Bibbia o della mitologia. A volte trovava ispirazione in una figura a lei contemporanea: sé stessa.

Nel 1639, Gentileschi completò il suo più famoso autoritratto: Autoritratto come Allegoria della Pittura. In questo straordinario dipinto, l’artista si immagina un’allegoria. Questo approccio creativo incorpora sottilmente tutte le sue idee “femministe”, tiene un pennello in una mano e una tavolozza nell’altra, identificandosi abilmente in una personificazione femminile della pittura, qualcosa che i suoi contemporanei maschi non sono mai riusciti a fare.

Autoritratto come martire (1615) – Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi - Autoritratto come martireImmagine: wikipedia

Artemisia Gentileschi lottò contro una società che voleva avere controllo sul suo corpo e limitare la sua arte. Il suo talento e il suo coraggio non le permisero di sottomettersi al senso comune, che voleva vederla dipingere soggetti più “consoni” ad una donna, ma la spinsero a sfidare le regole dell’arte e a rivendicare i suoi diritti.

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